Here (On the Other Side)

Una delle caratteristiche più intriganti di un Kindle (il mio secondo lettore di eBook a carta elettronica – dopo il primo Sony Reader) è quella di potere sbirciare e usufruire agevolmente del vastissimo catalogo in lingua inglese – molto spesso piacevolmente farcito di offerte. Perché, come quelli di Amazon ben sanno, se un libro ha una bella trama, e costa molto poco, è difficile resistergli anche quando non conosciamo già l’autore. Non sempre, è chiaro, si riesce ad essere soddisfatti di tutti questi acquisti compulsivi, ma il fatto di avere pagato pochi dollari un libro magari solo mediocre non impedisce mentalmente di continuare a pescare, riuscendo così spesso a trovare anche qualche opera più meritevole, altrimenti potenzialmente irraggiungibile, e fornendo ossigeno ad un sottobosco letterario che difficilmente potrebbe essere così ricco in condizioni diverse.

Tra le piacevoli scoperte che ho fatto in questo ultimo periodo c’è Here (on the other side), di Denise Grover Swank. Sì, è palesemente un libro per teenagers (più o meno però come è Hunger Games – anche questo comprato in digitale in super offerta speciale) ma questo fatto si patisce quasi più per lo stile semplice e lineare che per le tematiche giovanili, in buona parte funzionali alla trama.

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The Firm

Non avevo mai letto nessun romanzo di John Grisham prima di The Firm. A casa dei miei i suoi libri ci sono sempre stati (Grisham è l’autore preferito di mio padre) ma la definizione di Legal Thriller mi ha sempre tenuto lontano – nonostante i film tratti dalle sue opere mi siano in realtà sempre piaciuti.  Comunque sia,The Firm (in italiano il titolo è Il socio) è il libro che l’ha reso famoso – dopo il comunque ottimo A Time to Kill – e che l’ha poi spedito nel firmamento degli scrittori ricchissimi, dopo l’uscita dell’omonimo film con Tom Cruise e Gene Hackman. Ed è la sua seconda opera, nel caso ve lo chiediate.

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The Secret Number


Realizzato dal giovanissimo regista americano di Sintel, Colin Levy, The Secret Number è un bel cortometraggio che non ha davvero nulla di amatoriale. 12.000 dollari (la cifra raccolta con KickStarter) sono quindi abbastanza per realizzare una cosa del genere? A dire il vero ne dubito. O almeno diciamo che non sono sicuramente i soldi l’elemento che ha fatto la differenza in questa produzione che, partendo dal racconto omonimo di Igor Teper – disponibile on-line sul sito Strange Horizons, portano su schermo una storia Sci-Fi ben strutturata, che lascia il segno. Rispetto al testo originale (per alcuni aspetti “ricalcato” fedelmente) il regista ha aggiunto un “bordo” interessante, che completa ancora meglio la premessa – ovvero che esista un numero intero (tra il tre e il quattro) di cui non siamo consapevoli.

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La N9na Arte – seconda edizione

Se siete nei pressi di Modena questo weekend (sabato 23 e domenica 24 giugno) e vi piacciono i fumetti sappiate che c’è una interessantissima sequenza di eventi al Bonvi Parken – tutti riguardanti la Nona Arte. Il programma completo lo trovate qua, ma vi anticipo che comprende performance live con autori che disegneranno in diretta tra cui Roberto Totaro, Stefano Disegni, Silver, Massimo Cavezzali, Sauro Ciantini, Lele Corvi, Andrea Bruno, Paola Barbato e tanti altri.

In mattinata (alle 11,30) ci sarà poi anche la presentazione di un e-book (chiaramente a tema): La N9na Arte – seconda edizione. Il numero di persone coinvolte nel progetto dietro a questo volumetto digitale è straordinariamente ampio – tanto che ci sono in mezzo anche io (anche se solo per la realizzazione tecnica in e-book – qui Kurt non c’entra :-)…). Sul “palco” a proporre la cosa (curata da comicom.it e dal Servizio Biblioteche di Modena) ci saranno gli attivissimi Walter Martinelli e Stefano Ascari che introdurranno, tra l’altro, il concorso Fantastiche matite.

Falling Skies – season two

Ammetto di essere dispiaciuto solo un po’ per il mancato rinnovo di TerraNova (il serial con in dinosauri, che. concedetemelo, aveva come principale cosa positiva che ci fossero i dinosauri…) e di non avere trovato particolarmente avvincente neppure la prima stagione di Falling Skies, ma è chiaro che non si può davvero dire che queste due produzioni di Spielberg fossero brutte. Belli (abbastanza) gli effetti speciali, interessanti le due ambientazioni, non male gli attori. Ma il problema di entrambi i telefilm – almeno secondo me – è l’eccessiva importanza concessa nella trama ai ruoli famigliari dei protagonisti, e la divisione troppo netta tra buoni e cattivi, con giusto lo spazio per il renegade o il figliol prodigo. Non è “la casa nella prateria” meets “aliens/dinosaurs“, ma insomma, tutto rimane all’interno di clichè ben definiti – magari anche gestiti egregiamente – che però suonano oltremisura datati quando dai una occhiata a Walking dead, o a capolavori come Homeland o The Killing.

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A Thousand Words

Lo ammetto – sono rimasto folgorato da Eddy Murphy grazie al grande schermo. Ho questo ricordo molto positivo del primo Beverly Hills Cops e de Il Principe cerca moglie, anche perché ho visto queste due pellicole al cinema, in un periodo in cui per me era cmq un evento andarci. Ma, quale che sia la ragione, da allora ho trovato gradevole praticamente ogni suo lavoro – anche quelli più al limite come livello di comicità – e mi sono quindi avvicinato a questo suo ultimo film molto ben disposto. Che dire? Lui è perfetto nella parte, Clark Duke regge la scena al meglio con un ruolo esilarante, e Cliff Curtis come santone è tanto convincente quanto surreale. Ma la storia non è né esaltante, né (troppo) originale. Ci troviamo davanti ad una copia edulcorata di Liar Liar, senza l’impronta di Jim Carrey: un personaggio in carriera, che fa della sua sfrontata eloquenza il suo unico punto di forza, si trova a non potere più parlare – pena la morte – a causa di un evento soprannaturale. Ma se il non mentire di Jim Carrey (sia in Liar Liar, sia in qualche modo in Yes Man) porta ad una comicità a doppia lettura, qui nel passaggio dalla parola alla mimica vince forse un sentimento agrodolce, legato al passato di Jack McCall, alla madre con l’Alzheimer, alla compagna che cerca di considerare il figlio nel loro rapporto di coppia. Non che questo debba essere un difetto, chiaro, ma il gioco complessivamente non regge, pur concedendo il riso in qualche momento, e una certa spinta emotiva in altri.

Un film comunque non da dimenticare (il protagonista è un agente letterario – e il suo atteggiamento nei confronti dei libri e degli autori che cerca di accaparrarsi è di una deliziosa ironia) che sarò curioso di vedere come sarà accolto dalla critica del nostro paese.

Word that means… (alpha)

Ancora senza un nome definitivo (nasce con il codename di Word that means…) ecco a voi il primissimo screenshot del Word Game di prossima uscita – di cui avevo fatto cenno qualche giorno fa :-)

Servono ancora alcuni ritocchi per passare dalla fase alpha alla beta, e poi ci sarà il lavoro di rifinitura, testing e buf fix – ma tutto, almeno in teoria, dovrebbe procedere a passo spedito, anche per dare poi lo spazio necessario al secondo progetto in cantiere.

Altre notizie a breve :-)

Safe House

Safe_House

Un Denzel Washington in splendida forma fa coppia con un bravo Ryan Reynolds nel film di azione Safe House, diretto dallo svedese Daniel Espinosa. Qualche richiamo al comunque migliore Training Day (che ha valso a Washington l’Oscar nel 2001), non fosse altro per il ruolo sostanzialmente negativo di questo attore, e il rapporto “esperto” “rookie” che c’è tra le due figure principali, non toglie comunque il gusto della visione per una storia di agenti segreti corrotti che, almeno nella struttura, ha bei numeri da giocare.

Purtroppo non tutto funziona al meglio, e l’azione prende quasi subito il sopravvento sull’intrigo, regalando belle scene cariche di adrenalina, o in grado di sottolineare il carisma del super ricercato Tobin Frost, ma sviluppando solo in parte il gioco di intrecci che si sarebbe potuto chiudere anche intorno al meno esperto Matt Weston. Alla fine c’è comunque poco di cui lamentarsi davvero – la scelta degli attori è notevole, tanti sono gli elementi di originalità presenti, e il ritmo rimane sempre elevato – ma forse sarebbe bastato davvero poco per passare da un buon film, ad un film memorabile, e questo, in questo caso, a mio parere non è capitato.

Continuum

È sempre più evidente che la differenza tra le produzioni USA e quelle di altri paesi (intendo cmq principalmente Canada e UK) sono percepibili a pelle già nei primi minuti di visione. Non è, chiaro, necessariamente una cosa negativa, ma porta a confronti che influiscono comunque sul parere che uno poi ha su ciò che guarda. Continuum (proposto dalla canadese Showcase) è un bel prodotto sci-fi. Buona l’idea (in un non troppo distante futuro esiste un modo simil-Orwelliano, in cui le megacorporazioni controllano tutto, e un gruppo terroristico chiamato Liber8, dopo avere colpito un centro di potere tenta un viaggio nel passato per cambiare le cose), belli gli effetti speciali (alla Minority Report), non male neppure i personaggi (tra cui spiccano Rachel Nichols e Roger R. Cross), anche se qui si iniziano a vedere le differenze con il tipico modello USA. Quello che però rende ancora più evidente il contrasto è però forse la fotografia e, sicuramente, la sceneggiatura, perché il ritmo e i dialoghi non sono quelli che ci aspetteremmo (o almeno che io mi aspetterei) per sottolineare l’evolversi della narrazione.

Vale comunque la pena dare una occhiata a Continuum? Assolutamente sì. Pieno di richiamo (più o meno espliciti) con tanto altro, sa aggiungere qualcosa al filone vagamente Terminator-like, grazie a molti particolari interessanti, e sa alternare l’introspezione dei personaggi a momenti di adrenalina, promettendo comunque intrighi temporali e pure un pizzico di romance.

Una nota in chiusura: se vi chiedete dove avete già visto Mr. Alec Sadler del futuro, fatevi tornare in mente X-Files – e qualcuno con una sigaretta sempre in mano :-)

Beautiful Song

Ammetto di non avere mai seguito l’EuroVision festival (l’unica competizione musicale che guardo, almeno un po’, ogni anno è San Remo) ma un mio amico mi ha accennato come fosse interessante quest’anno, e alla fine ho visto praticamente tutti gli interventi (a giochi terminati) sul web. E mi sono piaciuti praticamente tutti (a parte giusto un paio).

Sonorità principalmente anni ottanta (almeno questa è la mia impressione) sommate, in alcuni casi, ad pizzico di sound etnico molto gradevole, oppure a riff dance o ancora a tendenze più melodiche. Belle voci, con costruzioni ritmiche non particolarmente elaborate, ma orecchiabili e accattivanti. E qua e là, pure qualche bel testo, se si considera sempre l’ambito pop / anni 80.

Tra quello che ho apprezzato (oltre al brano della nostra Nina Zilli) c’è Beautiful Song, della lettone Anmary. Il pezzo, se non ho capito male, non ha avuto troppo successo, ma per quel che vale io non riesco a smettere di ascoltarlo, una volta dopo l’altra. In continuazione.

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